Lavoro 2025: come evolverà il lavoro nel prossimo decennio

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La società industriale, centrata sulla produzione di beni materiali come le auto e i frigoriferi, è nata nella metà del Settecento e si è esaurita nella metà del Novecento. Ralf Dahrendorf avverte che solo nella metà dell’Ottocento, cioè cento anni dopo la sua nascita, la “società industriale” fu così definita da Lorenz V. Stein.
Qualcosa di analogo sta succedendo oggi con l’avvento postindustriale. Dopo la seconda Guerra Mondiale, grazie a una serie di fattori come il progresso tecnologico, la globalizzazione, la diffusione dei media e la scolarizzazione di massa, la società industriale ha ceduto il passo a una società profondamente diversa – che per comodità chiamiamo “postindustriale” – centrata sulla produzione di beni immateriali come i servizi, le informazioni, i simboli, i valori, l’estetica. Questo passaggio epocale non è stato ancora metabolizzato e teorizzato compiutamente dagli economisti, dai sociologi e dai politologi per cui la nuova realtà viene interpretata e gestita in base ai vecchi criteri, generando quello stato di disorientamento che gli antropologi chiamano cultural gap per cui la nuova realtà è gestita secondo vecchie regole.

La questione lavoro

Uno dei settori maggiormente toccati da questo passaggio epocale e che più ne soffre gli effetti, è il lavoro. Nella metà dell’Ottocento, quando Manchester era la città più industrializzata del mondo, i lavoratori dipendenti che vivevano in quella città erano per il 94% manovali e operai. Oggi in Italia, come in tutti i Paesi avanzati del mondo, i lavoratori che svolgono mansioni prevalentemente fisiche raggiungono appena il 33% della forza lavoro; un altro 33% è costituito da impiegati che svolgono compiti intellettuali di tipo esecutivo; un ultimo 33% è costituito da operatori che svolgono attività intellettuali di tipo creativo.
Tutti sono incalzati dalla disoccupazione tecnologica. Tutti sono compresi sotto la medesima etichetta di “lavoro” e accomunati in una medesima normativa nonostante la loro profonda diversità. Altri equivoci nascono dal tentativo di gestire per mezzo del controllo anche quelle attività intellettuali che rispondono soprattutto allo stimolo della motivazione. Altri ancora nascono dalla persistenza di sistemi organizzativi che si ostinano ad applicare i criteri dell’unità di tempo e di luogo propri della vecchia fabbrica metalmeccanica anche a tipi di attività che andrebbero organizzate per obiettivo e destrutturate nel tempo e nello spazio.
Ma gli equivoci maggiori nascono in materia di politiche occupazionali, dove più incisiva è l’influenza di variabili come la demografia, la mobilità geografica, la tecnologia, lo sviluppo organizzativo, la globalizzazione e la scolarizzazione.

Prevedere per programmare

L’essenza stessa della società postindustriale risiede nella progettazione di futuro, ma non è possibile progettare il futuro senza prevederlo. Perciò il gruppo dei parlamentari 5 Stelle che fanno parte della Commissione Lavoro della Camera ha commissionato a Domenico De Masi, professore emerito di Sociologia del Lavoro presso l’Università “La Sapienza” di Roma, una ricerca previsionale su come evolverà il lavoro nel prossimo decennio. La ricerca ha adottato il metodo Delphi e si è avvalsa dei contributi di undici prestigiosi esperti della materia: Leonardo Becchetti, Federico Butera, Nicola Cacace, Luca De Biase, Donata Francescato, Diego Fusaro, Fabiano Longoni, Walter Passerini, Umberto Romagnoli, Riccardo Staglianò, Michele Tiraboschi.

I quesiti cui la ricerca ha cercato di dare risposta sono molteplici.
Nel prossimo decennio il futuro del nostro Paese sarà connotato da crescita o da decrescita? Come evolverà il mercato del lavoro? I posti di lavoro aumenteranno o diminuiranno in rapporto alla popolazione attiva? Quali settori saranno carenti, quali adeguati e quali esuberanti di occupati? Come evolverà il mix tra lavoro fisico, lavoro intellettuale di tipo esecutivo e lavoro intellettuale di tipo creativo? La globalizzazione, lo sviluppo dei metodi organizzativi, il progresso tecnologico, la longevità, i flussi migratori come influiranno sulla creazione e sulla distruzione dei posti di lavoro? La criminalità organizzata come influirà sulla creazione e sulla distruzione dei posti di lavoro? Quali tipi di professioni vedranno crescere la domanda e quali la vedranno decrescere? Il Terzo settore si estenderà o si contrarrà? Rappresenterà un modello organizzativo anche per le imprese profit o avverrà il contrario? Quale ruolo giocheranno sul mercato del lavoro lo Stato, le istituzioni, gli imprenditori, i sindacati, i partiti politici, la società civile? Le professionalità disponibili saranno più o meno adeguate alle professionalità necessarie per produrre i beni e i servizi richiesti dal mercato? Nell’evoluzione del mercato del lavoro che ruolo e che peso avranno la scuola e la formazione? La cultura del lavoro sarà sempre più globalizzata e innovativa o prevarranno le sue connotazioni locali e tradizionali? Come evolverà l’organizzazione del lavoro? Sarà product oriented o marketing oriented? Prevarrà l’organizzazione per processo o per obiettivi? Nella gestione delle risorse umane si farà leva più sul controllo o sulla motivazione? Si diffonderanno, e in quale misura, le forme destrutturate di lavoro come il telelavoro e lo smart working? Nel mondo del lavoro aumenterà la coesione sociale o la conflittualità? Che forma assumeranno i conflitti di lavoro? Che forma assumerà la solidarietà sociale? Come saranno gestite le differenze di genere, di razza e religione? Come volveranno i rapporti di lavoro nel settore pubblico e nel settore privato? Come evolverà il reclutamento e la cultura della classe dirigente aziendale? e di quella sindacale?

Convegno

La ricerca, iniziata nel maggio 2016, è stata portata a termine entro il settembre dello stesso anno. I risultati, ricchi e interessanti, meritano una discussione approfondita e una diffusione ampia. A tale scopo è stato organizzato un convegno di due giornate (18 e 19 gennaio 2017) durante il quale i risultati saranno esposti e discussi per contribuire all’impostazione di una strategia di intervento politico in materia di lavoro. Al Convegno partecipano, oltre agli Esperti che hanno contribuito alla sua realizzazione, anche politici, imprenditori, sindacalisti e giornalisti.
Programma odierno (mercoledì 18 gennaio)

MATTINA – LA SOCIETÀ POSTINDUSTRIALE
Chairman: Roberto Petrini
Società postindustriale: produzione e servizi; uomini e robot; differenze regionali, omologazione e identità.
Crescita e decrescita: Crescita improbabile; prodotto interno lordo; confronto internazionale; tecnologia, crescita, occupazione.
Globalizzazione e finanza: globalizzazione crescente; rapporti di forza; posti di lavoro; globalizzazione e imprese; finanza.
Demografia e flussi migratori: invecchiamento della popolazione; sistema pensionistico; invecchiamento e lavoro; immigrazione e integrazione; immigrazione e lavoro; conflitti e sinergie.

Ore 9.00 – 9.15 Apertura dei lavori (Tiziana Ciprini e Claudio Cominardi)
Ore 9.15 – 9.30 Esposizione dei risultati
Ore 9.30 – 10,30 Riflessioni dei Discussant (Roberto Cingolani, Barbara Labate, Enrico Mentana)
Ore 10.30 – 11.00 Coffee Break
Ore 11.00 – 12.00 Riflessioni degli Esperti (Leonardo Becchetti, Nicola Cacace, Luca De Biase, Donata Francescato)
Ore 12.00 – 13.00 Discussione plenaria

POMERIGGIO – TECNOLOGIA E LAVORO
Chairman: Manuela Perrone
Progresso tecnologico e produttività: automazione; tecnologia e lavoro; creatività e innovazione; i posti di lavoro diminuiranno; i posti di lavoro non diminuiranno.
Analogici e digitali: la società dei millennials; l’azienda dei millennials; generazioni a confronto.
Tre tipi di lavoro: operai, impiegati, creativi; mestieri e professioni; operai e impiegati; attività creative; formazione e addestramento; normativa; pensionamento.
Riorganizzazione e destrutturazione: organizzazione creativa; miglioramento continuo; il ruolo della tecnologia; risorse umane; consulenza e libere professioni; strumenti nuovi per destrutturare; lavoro destrutturato e per obiettivi; vantaggi e svantaggi; resistenze al cambiamento.

Ore 15.00 – 15.30 Esposizione dei risultati
Ore 15.30 – 16,30 Riflessioni dei Discussant (Filippo Abramo, Romolo Calcagno, Antonello Calvaruso)
Ore 16.30 – 17.00 Coffee Break
Ore 17.00 – 18.00 Riflessioni degli Esperti (Federico Butera, Luca De Biase, Umberto Romagnoli)
Ore 18.00 – 19.00 Discussione plenaria

Recupero Arsenale: inviata segnalazione all’Anac

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Arsenale: è davvero un progetto che tutela il bene comune? È questo il quesito che Francesca Businarolo, deputata del Movimento 5 Stelle ha posto all’Anac, l’autorità nazionale anticorruzione. All’authority, in particolare, si richiede una verifica del rispetto delle normative vigenti per quanto riguarda il concorso di idee in project financing con cui si intende recuperare il monumento asburgico.

«Dopo vent’anni d’attesa – è il commento di Businarolo – la speranza era quella di vedere un’opera di recupero che pensasse davvero alla cittadinanza e al futuro, anche culturale, di Verona. Invece ci troviamo con un’ambigua operazione di finanza di progetto, che dà diritto di prelazione al progettista, e che prevede un significativo esborso del Comune, considerando la durata delle concessioni e il costo degli affitti. Molti spazi pubblici auspicati dai cittadini, inoltre, sono rimasti esclusi dal piano di recupero. Un compromesso al ribasso, che appare ulteriormente peggiorato alla luce dei ragionevoli dubbi sulla regolarità di procedura in Projecti Financing».

In allegato lettera segnalazione Anac su ex arsenale Verona

Ombrello sui whistleblower. L’anonimato prende forma

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di Giorgia Pacione Di Bello

Italia Oggi, 11 gennaio 2017

Un organo europeo indipendente con sedi localizzate all’interno di ogni stato membro dell’Ue. E la realizzazione, all’interno del Parlamento europeo, di un’unità speciale (strutturata con siti web e hotline) per ricevere informazioni riservate da parte dei whistleblower. Questo quanto proposto dall’europarlamentare Deniss de Jong, componente della Commissione di controllo di bilancio Ue.

La proposta sarà votata il mese prossimo, ma nel frattempo il gruppo dei Verdi accelera con una piattaforma attraverso la quale è già adesso possibile fare “soffiate” che il gruppo si impegnerà a trasmettere successivamente agli organismi europei preposti. Tornando alla proposta Jong, l’europarlamentare ha dichiarato che il problema dei whistleblower riguarda sia gli informatori che operano all’interno dell’Ue sia quelli che operano all’esterno.
Ma mentre i primi possono godere della protezione dello statuto dei funzionari dell’Unione europea, i secondi, invece, non hanno nessun tipo di appoggio e si devono affidare esclusivamente alle legislazioni nazionali, che non sono uniformi a livello europeo. “È proprio per questo”, spiega Jong “che nasce la necessità di dar vita a uno strumento legislativo comunitario che possa tutelare gli informatori esterni”.
Mentre l’Ue dibatte su come creare un organismo per proteggere gli informatori esterni, il gruppo parlamentare dei verdi ha creato la piattaforma Euleaks.eu, già operativa, che è in grado di raccogliere tutte le segnalazioni di chi vuole fare una soffiata. Per garantire maggiore sicurezza all’informatore, che vuole segnalare un illecito attraverso il sito internet, il gruppo dei Verdi consiglia di non aprire la piattaforma sul posto di lavoro, poiché lascia traccia, e di scaricare il browser “Tor” (torproject.org) che permette di innalzare il livello di sicurezza personale. Una volta inserito il documento, verrà richiesto come si vuole che questi dati vengano usati, se c’è una priorità immediata o possono essere analizzati in un secondo momento e quali sono le fonti.
Quest’ultimo elemento è necessario affinché il gruppo possa verificare la veridicità delle informazioni immesse nel sistema. La piattaforma è programmata per proteggere l’identità dell’informatore che decide di farsi avanti. Come? Non viene richiesto nessun tipo di dato personale né tanto meno recapiti telefonici. Nel momento in cui si decide di condividere un documento, inoltre, il fi le condiviso sarà scaricato in modo criptato usando il browser Tor. In questo modo l’identità dal whistleblower è al sicuro.

Svenduti e mazziati

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Svenduti e Mazziati. Se qualcuno ha ancora dubbi sulle conseguenze catastrofiche dell’apertura commerciale alla Cina si legga l’ultimo report della Deutsche Bank Research. Lo abbiamo tradotto per voi. Scaricatelo. Mentre l’Europa svende il posto di lavoro di 3,5 milioni di suoi cittadini, per Stati Uniti, Canada, Giappone e India la Cina non è una economia di mercato e come tale viene trattata.

Lo scorso 11 dicembre la Commissione europea doveva scegliere se concedere o meno lo status di economia di mercato alla Cina. Ha vinto un ipocrita compromesso che fa cadere la distinzione tra i Paesi considerati economia di mercato e quelli che non lo sono, aprendo quindi alla Cina. La contestuale riforma degli strumenti di difesa commerciale presentata dal Consiglio europeo è una ulteriore beffa per le piccole e medie imprese perché sarà più difficile imporre i dazi a chi fa concorrenza sleale. L’effetto sarà devastante: un’immediata invasione di merci verso l’Europa, così come documentato dal report della Deutsche Bank Research. Secondo i dati della Commissione, oltre il 40% delle imprese europee difese finora dai dazi antidumping sono italiane. Imprese che adesso vengono lasciate sole.

INVASIONE CINESE: L’ESEMPIO DELL’ACCIAIO

La Cina è il più grande produttore di acciaio al mondo. L’anno scorso le esportazioni di acciaio della Cina hanno raggiunto un record per quantità anche se il loro valore è sceso del 10,5% a seguito del calo dei prezzi. Ciò ha portato a un eccesso di produzione che ha messo in crisi i produttori europei. Nel Regno Unito la società Indiana Tata ha messo in vendita le sue fabbriche mettendo 40.000 di posti di lavoro a rischio in tutto il Paese. Nel 2015 circa l’85% delle indagini antidumping dell’UE riguardano la Cina. Il 67% delle misure antidumping adottate colpiscono settori come il tessile, ceramica e vetro, metalli di base, plastica, macchinari e apparecchiature elettriche e prodotti petrolchimici.

LA CINA NON È UNA ECONOMIA DI MERCATO

Un report della “Deutsche Bank Research” dimostra per la prima volta in maniera analitica e circostanziata che la Cina non è una economia di mercato. La Cina deve ancora rispettare tutti i cinque criteri che sono:

1) Basso grado di influenza del governo nell’allocazione delle risorse e nelle decisioni delle imprese.
2) Assenza di distorsioni nel funzionamento dell’economia privatizzata.
3) Attuazione effettiva del diritto societario incluse le regole di governance delle imprese.
4) Efficace quadro giuridico di diritto privato e il corretto funzionamento di una libera economia di mercato.
5) Esistenza di un settore finanziario che opera in modo indipendente dallo Stato.

LA CINA NON È UNA ECONOMIA DI MERCATO. SCARICA E LEGGI LA TRADUZIONE IN ITALIANO DEL RAPPORTO DELLA Deutsche Bank Research.

L’APOCALISSE PER L’OCCUPAZIONE

Ci sono due scenari sulle conseguenze di queste politiche commerciali europee: uno scenario a basso impatto assume che la concessione dello status MES alla Cina farebbe aumentare le importazioni del 25% nei prossimi tre-cinque anni rispetto al loro livello di base nel 2011; lo scenario di grande impatto presuppone un aumento del 50% delle importazioni dalla Cina. Tra 2 e 4 milioni di persone perderebbero il posto di lavoro.

GRAFICO. Posti di lavoro a rischio se alla Cina verrà concesso MES, per paese, (fonte: Economic Policy Institute)

Dobbiamo proteggere le nostre PMI da questa follia. Tutti gli europarlamentari del Movimento 5 Stella sono scesi in piazza a Bruxelles e hanno marciato assieme a lavoratori e imprenditori per dire #NoMesCina. C’era anche Beppe Grillo. La creazione del gruppo di interesse al Parlamento europeo, la presentazione della contro-consultazione pubblica e il tour #NoMesCina in tutta Italia sono fatti che dimostrano l’impegno FORTE del Movimento 5 Stelle nel difendere l’economia europea e, in particolare, quella italiana.

Veneto: affidarsi ai cofidi non aiuta le imprese

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Si aggiunge il Veneto alla Toscana, Abbruzzo e Marche.

Purtroppo quello che hanno fatto non è positivo: significa limitare l’accesso al microcredito anche in Veneto. Infatti affidarsi ai cofidi comporta che ora, oltre andare in banca, bisognerà andare dal confidi. Tra la Pmi e la banca si inserisce un terzo soggetto: il confidi. Si allungano i tempi e i costi a discapito delle aziende.

Ricordo a tutti noi che Il decreto legislativo n. 112/1998, all’art. 18, comma 2, lettera r), dispone che con delibera della Conferenza Unificata sono individuate, tenuto conto dell’esistenza di fondi regionali di garanzia, le regioni sul cui territorio il fondo limita il proprio intervento alla contro-garanzia dei predetti fondi regionali e dei confidi.
Questa norma, varata 19 anni orsono, quindi ancor prima che prendesse avvio l’operatività del Fondo di Garanzia per le PMI, allo stato attuale denuncia tutta la sua inadeguatezza e, anzi, la sua antistoricità.

Per capire le ragioni che sono alla base della sua emanazione occorre esaminarne il contesto storico.
Alla fine degli anni novanta grazie anche alla spinta dei movimenti federalisti fu varato il decentramento amministrativo. La riforma Bassanini applicò il decentramento anche agli strumenti di politica industriale. Tutti gli interventi agevolativi a carattere nazionale destinati alle imprese, ad eccezione di pochi (quali ad esempio il FIT di cui alla legge 46/1982, la legge Ossola 227/1977, la 488/1992, la legge sull’imprenditoria femminile 215/1992 e quella sull’imprenditoria giovanile 44/1986 ed appunto il Fondo di Garanzia per le PMI legge 662/1996), furono “decentrati” e divennero di competenza regionale.

Per il Fondo di Garanzia, tuttavia, anche in considerazione del fatto che lo strumento non era ancora stato avviato, fu previsto una sorta di correttivo alla sua applicazione su sfera nazionale. Nella eventualità che tale intervento, a livello locale, si fosse rivelato meno efficace rispetto ad altro o ad altri interventi a carattere regionale, l’amministrazione locale avrebbe potuto invocare l’applicazione della lettera R e, conseguentemente, il Fondo si sarebbe limitato a fornire esclusivamente supporto al sistema regionale di garanzia riassicurando i garanti operanti sul territorio. Di qui la neutralizzazione dell’intervento nella forma della garanzia diretta.
Giova, tuttavia, rammentare che la garanzia diretta del Fondo nella sua concezione iniziale aveva carattere sussidiario (intervento su perdita definitiva con franchigia sui primi 12 mesi del finanziamento ridotti a 6 per le operazioni a breve, con possibilità di liquidare acconto sulla perdita previo avvio delle procedure di recupero) con ponderazione del rischio di credito pari al 100%. Questa sua caratteristica lo poneva alla pari dei fondi regionali. Successivamente, con la riforma del 2005 la garanzia diretta è divenuta a prima richiesta e nel 2009 con la conversione in legge del decreto anticrisi del novembre 2008, il Fondo ha iniziato a fruire della garanzia dello Stato, con la conseguente acquisizione della ponderazione zero.

A seguito di queste riforme, ed anche grazie alla sua tempestività di intervento, con tempi medi di delibera inferiori alle tre settimane, ed alle percentuali di copertura collocate quasi tutte ai massimi consentiti a livello comunitario, il Fondo di Garanzia per le PMI si è notevolmente rafforzato ed ora rappresenta una best practice a livello europeo. Il tutto corroborato da una serie di sostanziosi rifinanziamenti governativi succedutisi negli ultimi anni, che hanno messo benzina in un motore rodato e performante.

Questo avrebbe dovuto far venir meno l’esigenza da parte delle regioni di utilizzare la limitazione di cui alla “lettera R”. Ma così non è.
Un vero e proprio freno a mano al fondo di garanzia per le PMI e quindi anche al Microcredito.⁠⁠⁠⁠

Portavoce alla Camera M5S